Perché Giochiamo di Ruolo?

Abbiamo pensato che il miglior modo di esprimere il nostro amore per il GdR fosse quello di testimoniare, in prima persona, come mai ci siamo avvicinati a questa forma ludica, e soprattutto come mai, dopo tanti anni, ci ritroviamo ancora per giocare. 

Di seguito, dunque, le nostre personali risposte a questa apparentemente semplice domanda: "perché gioco di ruolo?"


 Federico "Feffe" Valeri:
Fin da quando sono piccolo amo le storie. In particolare le storie "epiche". Mi ricordo l'impressione che ricavai dalla lettura de "I Cavalieri della Tavola Rotonda" (in un adattamento per le scuole medie che apparteneva alle mie sorelle) e dalla visione del film "Excalibur". Avevo 10 anni, più o meno. Le storie che raccontavano riuscivano sinceramente a comunicarmi un messaggio senza tempo. Mi appassionai alla letteratura e all'immaginario di questo genere, quello che attualmente definiamo, con un termine che non amo, letteratura "fantasy". Sappiamo tutti che appassionarsi alla lettura è pericoloso. Si finisce per avere velleità da scrittore. Mi divertivo, infatti, ad inventare storie cavalleresche e fantascientifiche. A volte le rappresentavo ai miei genitori utilizzando Lego e Playmobil. Li facevo pagare per queste rappresentazioni, addirittura. 100 lire a storia. L' accoglienza del pubblico pagante non era delle migliori, come potrete immaginare...

Ho scoperto il GdR nell'estate del '91, in campeggio, al mare. Parliamo del D&D "scatola rossa", naturalmente. All'inizio a colpirmi fu la possibilità di giocare in questo enorme videogame all'area aperta, con dadi ed immaginazione al posto di joystick e schermo. Ma c'era qualcos'altro che lavorava in profondità. La possibilità, non solo, di raccontare una storia, ma di partecipare ad essa, esserne il protagonista, dettarne eventi e tematiche. Inoltre la mia fantasia non era più limitata alla mia personalità. Potevo condividere idee ed emozioni, altrimenti inespresse, con altri e riconoscermi in loro, oppure scontrarmi con le loro sensibilità. Una scuola di "narrazione" e allo stesso tempo di comunicazione.

L'attività di creare dei "miti", delle "leggende", viene chiamata dai dotti "mitopoiesi". È un'attività artistica e allo stesso un bisogno inconscio e fondante. Usando delle espressioni molto retoriche è "cibo per l'anima", sono "storie per sopravvivere". Se gioco di ruolo, adesso, è per sublimare positivamente questo bisogno. Alla buona, certo, e senza prendersi sul serio, ma sento che il tempo speso per giocare di ruolo è come se lo spendessi per un'attività artistica, un "narrare" che contribuisce a dare un significato alla mia quotidianità.

E poi, molto banalmente, gioco di ruolo perché mi diverte. E mi diverte molto farlo con i membri del mio gruppo, che fanno tutti parte e a buon diritto della mia "famiglia del cuore". Non tutti, fortunatamente, ma molti degli episodi e delle battute più belli e divertenti della mia adolescenza sono legati ai momenti passati con loro intorno al tavolo di gioco.

Attualmente, c'è una cosa che mi mette in crisi con il GdR e mi fa balenare l'idea di lasciare stare. Il Gioco di Ruolo, innegabilmente, è una forma di escapismo, di fuga dalla realtà. Non starò a citare Tolkien, che risponde al problema con una domanda. Ma chi, come me, è cresciuto in una famiglia che attribuisce grande importanza all'impegno civile non può che vivere problematicamente l'avvicinarsi della maturità compiuta e il sopravvivere di certe forme di "passatempo" tipicamente adolescenziali (per quanto evolute come nel caso di Ambra).

Ma, con il tempo, ho scoperto che il GdR è un'attività "politica", lo si voglia o meno, nel senso più ricco e "greco" del termine. è il tentativo autentico di costruire una sfera dell'immaginario, del drammatico, dell'espressione e dell'affettività estranee alle meccaniche e alle mercificazioni del "sistema". Questo mi fa ben sperare sulla mia longevità come giocatore. Come dicevano gli hippies nei campus americani del '68: "Gandalf for President"

Federico Valeri


 Andrea "Guerra" Guerrieri:
Quando ho proposto questo tema al resto della Brigata, mi sembrava un'ottima occasione di riflessione e condivisione. Metteremo nel sito la nostra personale esperienza e così spiegheremo, nei fatti, l'amore verso il GdR, pensavo. Non avevo idea di quanto il compito fosse difficile (forse per tutti, certamente per me). Me ne sono accorto in poco tempo, perché mentre le risposte arrivavano, io ero colto dalla classica paura della pagina bianca. Perciò ho fatto la pessima figura di quello che lancia il sasso e poi nasconde la mano. Non è da me. Io i sassi li lancio, le mani ben in vista, e così me li ritirano dietro in piena faccia; ecco come va di solito. Insomma, per anni ho evitato il compito che io stesso mi ero assegnato: in fondo non era importante, a chi poteva fregare del perché gioco - giocavo - di ruolo? In effetti è probabile che non interessi a nessuno, ma lo devo a me stesso e agli altri che con diligenza e invidiabile disinvoltura hanno raccolto la sfida, molto più coraggiosamente di me.

Perché è di coraggio che si tratta. Ci ho pensato, nel frattempo. La conclusione è che avevo paura di toccare qualche nervo scoperto, o di rivelare qualcosa di intimo, nel rispondere alla domanda. Il coraggio è arrivato, non a caso, in un periodo in cui non gioco più tanto spesso. Dopotutto, forse bastava quel tanto di distacco. Ma sto divagando: veniamo al punto.
Dopo attenta riflessione (e se mi ci metto, altroché se rifletto), il verdetto è che gioco di ruolo perché mi piace l'ordine. E anche perché amo i focolari e i bivacchi.

Partiamo dall'ultimo punto: il fuoco che crepita, mi è sempre piaciuto. Avete presente la retorica delle storie narrate attorno al camino? Il fantomatico focolare dei nonni (o dei bisnonni, oramai). Ecco, pur essendo cresciuto in anni dominati dai media, ho avuto la fortuna di trovarmici davvero, davanti a un fuoco crepitante, a raccontare storie. Per molte volte.
Sia chiaro: amo i media, adoro internet, appena posso vado al cinema e non disprezzo certa televisione… Dunque, scansiamo a priori qualsiasi polemica. Ma vogliamo parlare della calda e rassicurante sensazione che si prova a stare tra amici, meglio se davanti a un fuoco, a raccontare storie?
Lo confesso: sono stato uno scout per molti anni. Potrei aprire una lunga parentesi in proposito, ma qui interessa solo dire che il bivacco di sera, tra tutte le attività, era assolutamente il momento che preferivo. Quello da attendere con pazienza, a coronamento di una stancante giornata. La mia dimensione. Adesso non c'è più il bivacco, al massimo qualche volta una candela. Ma restano gli amici, il calore e… le storie.

E che c'entra l'ordine con la confusione del bivacco, diranno i miei non-più-di-due lettori?
C'entra con le storie. Giocare di ruolo significa, appunto, avere un preciso ruolo all'interno di una storia. Ognuno dei giocatori rappresenta un tassello del racconto, in un sistema che - per quanto apparentemente caotico - risulta sempre ordinato. C'è uno scopo, un senso, nella narrazione. In parte predefinito, in parte costruito di concerto mano a mano che la storia va avanti.
Se poi, oltre a giocare, sei anche narratore, regista della storia, allora puoi già intravedere questo schema, puoi dirigere le cose, dar loro un senso. Ed è questo il vero significato di "evasione", quando giochi di ruolo. Non evadi dalla realtà, come molti pensano e ammoniscono, solo perché entri a far parte di una storia fittizia, virtuale, magari anche banalotta. E nemmeno perché puoi interpretare personaggi di fantasia (eroi, vampiri, elfi, dei…) o disporre di poteri straordinari. Sarebbe piuttosto squallido, se fosse tutto qui. Ma questi sono semplici elementi funzionali alla narrazione, la cornice entro cui si svolge la storia, e non sono il succo del gioco.

La vera "evasione", dicevo, è la consapevolezza di avere un ruolo definito, uno scopo, e la certezza che le proprie azioni avranno un significato e un valore preciso. Prima o poi il cerchio si chiuderà, in un modo o nell'altro, al termine della storia, e se sei bravo abbastanza, magari sarai tu a decidere come. Si è parte di un sistema ordinato e non solo si ha un obiettivo, ma anche la certezza che tutto, alla fine, avrà un senso.
In quale altro momento della vita, se non giocando, si può provare la stessa vertigine?

Andrea Guerrieri


 Roberto "Pergio" Pancrazi:
Il mio contatto con il gioco di ruolo è stato indiretto. Mio fratello maggiore, 4 anni più grande, faceva parte del gruppo di gioco di D&D condotto da Andrea Guerrieri (vedi storia dell'Allegra Brigata). Lui aveva circa 16-17 anni. Io 12 o 13. Ricordo cha la sera, in camera, prima di dormire, a luce spenta mi raccontava quello che era successo nell'ultima sessione: torri rapinate, orchetti uccisi, litigi, alleanza con gli altri personaggi. Ed io mi addormentavo sognando le avventure del ladro Rusphio Bankomat e le rivivevo nei miei sogni... Qualche tempo dopo partecipai anche io alla stessa saga: mio fratello era uscito dal gruppo di gioco. Subentrai io: il ladro Torvhio Bankomat, cugino di Rusphio... non avevo mai giocato e passavo le sessioni ad ascoltare a bocca aperta più che a giocare. Ero il più piccolo della compagnia, quasi mai aprivo bocca, e cercavo di capire quello che stava succedendo...

Passarono un paio di anni, e a casa di un mio amico trovai una scatola rossa con sopra la scritta D&D. "Prendila pure"- mi disse- "tanto io non ci capisco niente". Non me lo feci ripetere due volte. Lessi il regolamento e sperimentai sulla mia squadriglia le mie doti di master. Durante le riunioni di squadriglia degli scout, giocavamo regolarmente una storia scritta da me, rimembrando le avventure di Torvhio o le sessione da me giocate... Così scoprii il gioco di ruolo.

E la scoperta si trasformo in passione con il passare degli anni... ricordo che mi unii alla Allegra Brigata nel periodo successivo al boom del gioco di carte de "Il Signore degli Anelli". Quelle atmosfere rinverdivano i miei ricordi passati di avventure senza tempo e così non esitai ad inserirmi in questo gruppo di gioco ormai consolidato.

Ora ho quasi 24 anni... e la passione è cresciuta ancora di più. L'appuntamento della domenica sera è oramai imprescindibile... perché tutto questo? Solo ultimamente mi sono dato una risposta: ricordate la storia di Peter Pan? beh, la risposta è qualcosa di simile. Il gioco di ruolo è la risposta alla mia voglia di restare bambino, di non preoccuparmi degli anni che passano, delle responsabilità che aumentano, del futuro che spesso è un punto di domanda... non è alienazione, tutt'altro. È esattamente la sua controparte: nel gioco di ruolo emerge tutta la capacità di sognare, di fantasticare, l'innocenza e, perché no, la gioia del bambino di fronte alle cose più semplici... tutte cose, che credo si perderebbero facilmente in una vita "seria", fatta di lavoro e di "questioni importanti". E così il gioco di ruolo diventa quella palestra, in cui non perdere l'allenamento e l'abitudine a restare dentro un po' bambini. E così capirete la soddisfazione di chi mi chiede: "ma ancora alla tua età giochi ai giochi di ruolo?". E rispondo soddisfatto solamente con un sorriso. E allora spero che il gioco di ruolo accompagni ancora la mia vita per tanto tempo, navigando in questa spensierata isola che non c'è. Questo è il motivo principale del perché gioco di ruolo: motivo che si lega alle amicizie createsi all'interno dell'Allegra Brigata, al desiderio di sperimentarsi un piccolo attore e di giocare personaggi del tutto diversi da me... motivazioni che orbitano intorno alla mia sindrome di Peter Pan

Roberto Pancrazi


 Riccardo "Trappy" Trappoloni:
Perché gioco di ruolo... mmmh...
Domanda non facile alla quale rispondere... Sono stato introdotto nel GDR da Federico Valeri che, tornato da una vacanza al mare, aveva "importato" un nuovo gioco, del tutto innovativo al confronto di quelli soliti che conoscevamo. Mi colpì in particolare il grande entusiasmo con cui Federico mi parlava di questa novità, aveva una luce così forte negli occhi che sarebbe stato impossibile dirgli che non avrei voluto far parte di questa nuova meraviglia. Era D&D, la prima edizione, quella con la scatola rossa , e con Mefistofele D'Oltre Tomba, guerriero del III livello, quella fu la prima avventura di Ruolo della mia vita. E quante ce ne sarebbero state poi...

D'altronde, tra alti e bassi, insieme a Federico, sono stato tra i primi della brigata a giocare di ruolo. E adesso che ho 28 anni, da più di dieci mi siedo con amici tra i più cari che ho, per affrontare insieme le avventure più incredibili ed emozionanti che essere umano o non umano possano vivere. Ed è questo che amo del gioco di ruolo. Non tanto l'aspetto tecnico, infatti difficilmente critico un regolamento o l'esposizione dei vari narratori, ma l'emozione che ogni sessione di gioco mi da. E anche per questo che non ho mai avuto l'ambizione di fare il "master", preferisco molto di più fare il giocatore.

Giocando di Ruolo ho la possibilità di vivere altre vite oltre la mia (che tra l'altro adoro), e non tutti possono dire di avere questa grande fortuna. Un giorno sono un Mago, un altro un Samurai, un altro un Vampiro, e tutte queste esperienze mi accrescono molto, e accrescono quello che è il mio modesto bagaglio culturale ed emozionale. È come se mi impossessasi del sapere e delle virtù che il mio personaggio porta. Mi immedesimo così tanto che in quel momento io non gioco il personaggio, io sono il personaggio. E questo mi emoziona veramente tanto...

Beh, non so se sono riuscito in pieno a dire quello che volevo, ma anche se ci sarebbero da aggiungere tante altre cose, credo che il succo della questione sia quello che ho già scritto, e non vorrei dilungarmi per correre il rischio di diventare prolisso e noioso

Riccardo Trappoloni


 Massimo "Boris" Boriosi:
Le origini si perdono negli albori degli anni liceali, quando uno pensa di poter spaccare il mondo, anni in cui tutto ti sembra possibile e in cui la curiosità la fa da padrona. Forse è quest'ultima la causa che mi ha spinto a provare questo "gioco". Se al cocktail di ormoni che navigano liberi nel cervello si aggiungono una passione per il fantasy, e uno Zio patito Tolkeniano, è normale che almeno una volta si provi a giocare al caro vecchio D&D.

Da lì a passare a provare nuovi tipi di "droghe" come Vampiri, Druids, Ars Magica, L'Ultimo Custode (...almeno nei miei sogni...) Ambra etc. etc. il passo è assai breve. Non pensate che stia esagerando a paragonare il Gdr a una droga perché per me lo è, o almeno lo è per la mia fantasia, per la mia creatività, che sono rimaste fervide e curiose come la prima volta che ho giocato. Adesso ho 28 anni, sono sposato, sono laureato ho un cane rompicoglioni, ma sono sempre bisognoso di allenare la fantasia, di provare a interpretare personaggi con un modo di pensare diverso dal mio, perché il mio essere non è composto da solo raziocinio, ma anche da emozioni, pensieri random, fantasia.

Quando gioco cerco di immedesimarmi nel personaggio che sto interpretando, almeno è questa la mia intenzione; cerco di cambiare i miei schemi di pensiero, il che è tutto un dire, provando a reagire in maniera differente a quelli che sono gli eventi esterni. Ogni volta che entro nell' "antro del Guerra" (solitamente è a casa di Andrea che la Brigata si incontra per giocare n.d.r.), è come se facessi un salto dimensionale nel mondo in cui è attualmente ambientata la storia che stiamo vivendo; come direbbe Pirandello "indosso un'altra maschera" che è differente dalla maschera che porto tutti i giorni. Questo non è un pensiero negativo, ma una semplice costatazione di un fatto; solamente un illuminato può riuscire a non aver maschere indosso, e siccome io sono uno stronzo qualsiasi, le maschere mi piacciono ancora!

Alcuni pensano che il giocare di ruolo sia un buono strumento per rafforzare la personalità dell'individuo, per analizzare il proprio io in relazione al mondo; che vi devo dire, forse hanno ragione. Ogni volta che giochiamo non facciamo altro che cambiare maschera e il renderci conto che la stiamo cambiando ci fa essere consapevoli che già ne indossiamo una; logico no!? Aggiungo inoltre, che mi diverto come un matto a giocare nel gruppo che si è creato, ( spesso non vedo l'ora di sentire qualche nuova idea strafica del Mambro, o di perdermi in uno dei nebulosi ragionamenti del Pergio); forse anche questo è uno dei pregi di questo gioco e cioè che permette di far crescere le persone insieme, rendendo più saldi i rapporti di amicizia. Buona Notte

il Boris


 Sabina "la roscia" Moni:
Ciao a tutti, sono Sabina. Sbirciando la posta con il Boris, mi è capitato di leggere le e-mail sui vostri "perché" si gioca di ruolo. La lettura ha scatenato delle mie riflessioni sull'argomento. Posso?

Il mio approccio con il Gdr è stato "puramente casuale", vogliamo dire così?
Ho passato 5 lunghi anni in mezzo a voi come semplice spettatrice, cercando di capire quale fosse il Motore di tutto questo: cosa poteva tenere insieme un gruppo di persone che dimostravano una così devota passione per questa forma ludica? I pensieri si sono affollati per molto tempo: "..dunque giocano, ma non vincono....gioco di ruolo, che ruolo?..." Pensieri confusi in mezzo a pagine di regole a voi così familiari, a me sconosciute e incomprensibili, di dadi, di incantesimi del livello "più alto è e meglio è", di balestre che non si tirano perché il regolamento non lo prevede. "Non può essere che quello che li spinge a giocare sia solo la voglia di primeggiare e di riuscire meglio di un altro in quello che il regolamento prevede! "Ma che' enno scemi?" - "È meno faticoso giocare a Risiko..." Però qui si lavora di fantasia... e l'atmosfera è bellissima... ci si diverte anche solo ad osservare... che risate... Mha!"

Poi è arrivato "Il magico paese del Rokugante..." (Legend of the Five Rings n.d.r.) e i pensieri si sono fatti meno nebulosi; in quel frangente infatti è successa una cosa diversa ai miei occhi: il carattere, le emozioni, la capacità di sognare e lo stile personale di ognuno di voi, hanno riempito un contenitore vuoto cominciando a dare vita vera ai "Personaggi" e ad una "Storia", dandogli una forma, un'anima. Districandovi abilmente tra regole ed emozioni, avete creato un'elegante equilibrio tra le due cose, grazie al quale tratti della vostra personalità, quella vera, sono silenziosamente scivolati fuori attraverso i ruoli che stavate interpretando. Cavolo, questo m'è proprio piaciuto!

A quel punto ho pensato che forse il Motore di tutto poteva essere quello che per me è il mio lavoro, quello che per un attore, un musicista, un pittore è il loro. Provare semplicemente piacere e soddisfazione nell' "interpretare", secondo i propri tratti caratteriali e le proprie emozioni, dare vita ad un personaggio, farlo pulsare delle tue stesse pulsazioni; oppure stravolgersi completamente per creare qualcosa di molto lontano o addirittura opposto a noi. È la sfida che uno lancia a se stesso, quella di riuscire ad essere uguale e diverso da quello che è. È la bellezza e la difficoltà di interagire con persone e situazioni che, inevitabilmente e per fortuna, ti arricchiscono e a cui tu stesso dai qualcosa, di positivo o negativo.

Credo che riuscirete a capire quello che può dare un'esperienza simile, con tutto quello che c'è di giusto e di sbagliato.

Dopo aver letto il Gdr anche in questi termini è ovvio che mi è venuta la voglia di provare. Inoltre, perché non tentare una comunicazione diversa da quella usata abitualmente? - E' infatti normale per me far fuoriuscire le emozioni attraverso il linguaggio del corpo, ma non è altrettanto normale farle fluire attraverso le parole. È l'ennesima sfida!

E inoltre credo che molto sia dovuto al gruppo di persone in questione: un gruppo di amici da sempre, che sono stati capaci di mantenersi tali sfidando le loro individualità caratteriali e il tempo, capaci, ad ogni incontro, di ricreare atmosfere vivaci, fresche e colorate come quelle immaginate e viste dagli occhi di un bambino.

Quindi è bene che si gioca

Sabina Moni


 Luigi "Gigi" Martini:
Io ho iniziato a giocare a gioco di ruolo per colpa di quello sciagurato di Filippo. All'epoca, avevo 15 anni o giù di li e in classe mia avevo Luca Boncompagni, cugino di Filippo. Tra la voglia di non studiare e quella di divertirsi, un giorno mi dice se volevo giocare a gioco di ruolo. Incuriosito, vado a vedere una volta a casa del Pippo cosa era un gioco di ruolo.

Beh, sorvolando il fatto che chi conduceva il gioco fosse il master più "ludrino" della storia, mi interessai moltissimo a questa novità che usciva fuori da i canoni di giochi che conoscevo fino a quel momento e ne restai notevolmente entusiasta. Allorché mi unii alla compagnia, formata da: Luca, Pippo, Spoppia e Silvia, interpretando il personaggio che mi è ancora più caro, il mago Raphael Little Red. Come mago non era un gran che, ma in quanto a bere e fare cazzate era il migliore! :-)

Iniziata questa nuova avventura, aspettavo costantemente la telefonata delle 14, per giocare dopo mangiato. Al diavolo i compiti, al diavolo tutto, ma rinunciare a giocare non se ne parlava nemmeno. Prendevo la mia bicicletta e via su per quella rampata di strada che è Viale Michelangelo. Passavo interi pomeriggi a giocare e più di una volta a settimana. Che bello!!! Sigh. Chissà perché quando parlo del passato divento nostalgico!

Andando avanti a giocare a D&D, qualche volta si univa alla compagnia alcuni componenti dell'Allegra Brigata che aiutava magari ad alzare un po' il livello del gioco, tipo il Feffe, Guerra, Mambrini (beh, su quest'ultimo sorvoliamo). Cosicché, un po' per la poca voglia di Filippo di fare avventure, un po' perché volevo giocare anch'io con l'Allegra Brigata, iniziai. Non ricordo precisamente con cosa, perché quello era anche il primo periodo di Magic (i miei soldi!) seguito poi dal gioco da carte del LOTR. Ricordo però le sensazioni e la curiosità che avevo nello scoprire come giocavate voi e il rispetto che avevo per le cose che facevate. La mia era sempre una rincorsa nello scoprire cose nuove , cercare notizie che riportassero quello che era il mio interesse, passare il tempo a fantasticare. E devo dire grazie a tutti delle belle serate che mi avete fatto passare.

Tutto il tempo passato a giocare è stato per me speso bene. Mi sono divertito, incazzato, e quanto altro, ma i sentimenti che mi avete fatto provare voi, attraverso le ore passate insieme, non le cambierei con tutto l'oro del mondo. Ammetto di avere avuto periodi in cui, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per qualche ragazza, sono stato assente dal giocare o altri che mi spezzo pur di farlo (Perugia-Sansepolcro-Perugia). Ma l'idea che avevo nei momenti in cui non potevo farlo era che eravate voi i fortunati, perché eravate lì, davanti ad un tavolo a divertirvi.

Non sono uno che ha buone parole per esprimere quello che ha dentro, però voi in molti casi avete aperto la mia timidezza. Sono grato a voi e al gioco di ruolo: che nel mio futuro avrà ancora degli alti e dei bassi (se no non sarei una "scheggia impazzita"), e spero di trovarci fra 50 anni e poter ancora dire: io gioco a giochi di ruolo e faccio parte dell'Allegra Brigata. Questo vorrà dire che sono ancora bambino dentro, come una volta.

Luigi Martini


 Filippo "Pippo" Bianchi:
Ciao Brigata, sembrerà strano, ma non mi soffermo mai più di tanto a pensare al perché io sia ammalato di Gdr...
Oh, certo, spesso le domande insinuanti e canzonatorie degli "esterni" o forse dovrei dire "estranei" al Gdr mi spingono a dover,in qualche modo, giustificare una passione incompresa...
Infondo il problema non è mio. È sicuramente il loro.

Ma andiamo per gradi. In ogni singola parola, in ogni frase più o meno sconnessa che legga o senta dagli "attivisti" del Gdr, ci rivedo le mie esperienze, la mia voglia di giocare fino alle 5 di mattina, di sognare nella mia stanza le avventure fino quasi a somatizzare le esperienze vissute... Patetico, finto, power playing?
Divertente risponderei.

È la mia sfera privata, la mia voglia di sognare, di evadere, di crescere e allo stesso tempo di restare bambino; la mia e del fantastico gruppo di amici che ormai da più di dieci anni condivide tra alti e bassi la voglia di vivere senza la scuola, l&qcute;università, il lavoro, le tasse e i problemi di vita quotidiana... almeno per qualche ora...
Sì, perché per divertirsi il gruppo è fondamentale e il nostro, grazie a tutti belli e brutti, è davvero speciale.

Dai primissimi ritrovi, le prime sessioni, le prime "sciacallate", i primi (e ogni tanto persevero tuttora) tiri di dado rubati, fino al tentativo di ampliare e poi migliorare il nostro "playing-style"... Quante storie, quanti mostri,quanti personaggi e avventure, ma soprattutto quante belle serate passate insieme a fantasticare e a convivere esperienze con gli amici che volevo veramente con me...
L'entusiasmo iniziale (pensate che preparavo avventure e giocavo con i compagni di squadra in pullman durante le trasferte di volley!) non è scemato col tempo; diciamo che si è naturalmente evoluto, è cresciuto di pari passo con le esperienze brigatesche, mano nella mano con l'età (28 anni) che tutt'è meno che elemento negativo o di allontanamento dal gioco.

Se faccio, quindi, qualche passo indietro a riguardare ciò che è e siamo stati in tutti questi anni, come in dei reali flashback rivedo non solo le scene vissute, ma sento ancora i profumi delle candele consumate sui tavoli da gioco,odo squillanti le risate,le grida di giubilo per un risultato insperato o il silenzio incredulo di fronte ad una descrizione su cui sognare.
Poi apro gli occhi,mi sveglio dal felice torpore e avverto le stesse sensazioni, tutto è così felicemente reale: continuo a giocare.

La cosa che più mi soddisfa?
Che nessuno si sia mai posto il problema di chiedere quando smetteremo di giocare.
Una volta in un'intervista ad una TV locale esordimmo dicendo che il nostro è un gruppo con copertura ludica ma che in realtà nasconde finalità di terrorismo sovversivo e destabilizzazione politica.
Il giornalista era allibito, non capì subito che si trattava, ovviamente, di uno scherzo, non conoscendoci e non conoscendo il Gdr, nemmeno in senso lato.
Beh, sapete che vi dico? Un po' spero che se qualcuno mi chiedesse di descrivergli il Gdr ci credesse ancora.
Altrimenti che venga a giocare.

Filippo Bianchi